
Mank, film diretto da David Fincher, punta i riflettori sulla fase di scrittura di ‘Quarto Potere‘ partendo dalla tesi della critica cinematografica Pauline Kael secondo la quale la vera paternità della sceneggiatura di questo capolavoro del cinema apparterrebbe interamente al drammaturgo, critico e sceneggiatore Herman Mankiewicz detto Mank. Nonostante questa tesi sia stata confutata, il film si presenta come una biopic del geniale sceneggiatore Mank interpretato da Gary Oldman (candidato come miglior attore agli Oscars 2021).
Siamo nel 1940, a soli 24 anni Orson Welles (Tom Burke) viene chiamato a Hollywood dalla RKO con un contratto che gli da piena libertà di realizzare un film con collaboratori da lui scelti senza alcuna supervisione o ingerenza esterna. Welles chiede a Mank di scrivere la sceneggiatura del film in 60 giorni e dato che lo scrittore, reduce da un incidente automobilistico, è costretto a letto, gli mette a disposizione un’infermiera e la dattilografa Tina (Lily Collins) che cerca di tenerlo lontano da tutte le distrazioni, in primis l’alcol, che potrebbero ostacolare il buon esito del progetto.

« Quarto Potere » (« Citizen Kane« ) nasce dalla sua storia personale: nel 1930 Mank lavora in un team di scrittori della Paramount, lì conosce prima l’attrice Marion Davies (Amanda Seyfried, candidata come attrice non protagonista agli Oscar 2021) poi il suo potente amante e mecenate Hearst (Charles Dance) che ispirerà il personaggio di Charles Foster Kane. Hearst esercita una grande influenza sui media in generale e su Louis Mayer, cinico capo della MGM con cui Mank collaborerà nel 1934. In questo contesto Mank si convince che per un pubblico ingenuo uno sceneggiatore sia più pericoloso di un burocrate di partito: la MGM cerca di manipolare l’opinione pubblica con dei falsi cinegiornali creati a tavolino dai propri registi e scrittori per pilotare le elezioni demolendo il democratico Sinclair a favore repubblicano Merriam.
Questa esperienza tormenterà lo scrittore che, ridotto a buffone di corte, sente di aver tradito la propria integrità: in un moto di impeto quasi catartico scrive la sua migliore sceneggiatura nei termini stabiliti, denunciando la grande ipocrisia di un sistema in cui se dici cose false ad alta voce ed abbastanza a lungo è probabile che le persone ci credano.

Impeccabile bianco e nero, atmosfere anni 30, sonoro ipnotico, cast importante, preziosa cornice al servizio di una figura spesso confinata dietro le quinte, lo sceneggiatore che qui esce dall’ombra, domina la scena, si riappropria del proprio punto di vista poco patinato e politically correct in ostinato conflitto con i potenti di Hollywood, un Don Chisciotte contro tutto e tutti ad oltranza, in una spirale di autodistruzione che culmina con lo scontro con Orson Welles in persona per rivendicare il proprio ruolo e il proprio nome.
